24/05/18

Non chiamateli soltanto self publishing!

Parliamo un po’ di case editrici.
Spesso, da scrittrice, mi capita di leggere o sentire commenti riguardo le famose “case editrici auto pubblicanti” e i relativi libri.

I commenti nella maggior parte dei casi si dividono fra il dubbioso e il negativo:
-“i libri auto pubblicati sono poco seri, sono volgari”
-“i libri auto pubblicati non sono ben editati”
-“questo genere di libri non ha filtri” (se poi mi spiegate che vuol dire!)
-“le grandi case editrici sono sinonimo di garanzia”.

Mi verrebbe da fare la stessa esternazione che fece Fantozzi dopo la visione del celeberrimo film “La corazzata Potemkin”.
È esattamente come dire: "compro il tal libro solo se lo trovo al Salone del libro di Torino", senza essere consapevoli del fatto che più del 50% degli autori emergenti (solo italiani, figuratevi gli stranieri) non partecipa o non è ammesso (per ragioni di politiche delle case editrici) al festival.
Trovo tuttavia che sia meglio dire che tali commenti sono frutto dell’ignoranza bonaria del lettore.
È un po’ come, per esempio, il paziente con il medico.
Il paziente pensa di sapere, magari perché ha visto qualcosa su internet o ha parlato con i suoi amici, ma non è il medico e non possiede le sue conoscenze.
La stessa cosa accade fra lettore e scrittore.
Il lettore, in quanto fruitore di libri, suppone di conoscere ogni sfaccettatura del mondo editoriale ma in realtà non è così in quanto gode solo del prodotto finito.

Cominciamo col dire che il termine “self publishing” (o auto pubblicazione) è di per sé sbagliato ed è stato imposto alla nascita di questo genere di case editrici che per prime si sono aperte anche alla pubblicazione digitale, al fine di distaccarle e negativizzarle rispetto alle grandi case editrici.
Il nome più idoneo per le self publishing sarebbe “case editrici indipendenti” (o anche “case editrici minori”).

Per spiegarvi come mai vi dirò cosa, un tempo, faceva una grande case editrice.
“Reclutava” i manoscritti inviati dagli scrittori e se li riteneva interessanti stipulava con essi un contratto fra cui, nelle voci principali, spiccava la rinuncia di una percentuale (se non del totale) dei diritti sull’opera, il pagamento di una quota e la trattenuta di una percentuale sui guadagni (le famose royalties).
Offriva poi servizi di revisione, correzione, impaginazione e stampa, oltre che alla distribuzione nelle principali librerie nazionali (per alcuni autori anche internazionali).

Cosa fanno oggi le grandi case editrici?
Più o meno la stessa cosa, con il fatto che però oggi la rinuncia ai diritti sull’opera da parte dell’autore è totale, non è garantita un’eventuale traduzione del libro, l’autore deve obbligatoriamente comprare un numero di copie del libro da distribuire nei negozi (pena la non pubblicazione del tale) e non è più offerto il servizio di revisione, correzione e impaginazione a meno che non si paghi un extra oltre alle cifre stabilite.
A volte, non esiste proprio questo servizio: lo scandalo della Newton Compton, dove i manoscritti vengono stampati senza alcun servizio di pubblicazione, è solo la ciliegina sulla torta.
I filtri?
Quali filtri! Vi devo elencare io i libri colmi di refusi, errori grammaticali (ma anche storici e concettuali) e le “pornazzate” proposte dalle grandi case editrici?
Libri che poi, chissà perché (mah, io azzarderei perché sono “i soliti raccomandati”) diventano best seller!

Cosa fanno invece le case editrici self publishing?
Offrono agli autori la possibilità di pubblicare i loro libri (dietro ovviamente la trattenuta delle royalties) in formato digitale e anche cartaceo.
Di solito è l’autore che si occupa della revisione, della correzione del manoscritto e anche della copertina ma se non sa farlo da solo le self offrono questi servizi a pagamento.
I libri vengono venduti nelle librerie on line, ma in formato cartaceo sono prenotabili anche nelle librerie “off line”.
Dov’è la differenza con una grande casa editrice, allora?
La differenza è una sola: l’autore non rinuncia ai diritti sull’opera e non è costretto a spedire il manoscritto col rischio che venga “trattenuto e modificato per altri scopi” dalle case editrici, inoltre non è vincolato nella scelta degli argomenti da trattare, non ha limiti al numero di pagine e non deve cancellare o inserire parti solo perché l’editore lo desidera.
Certo, l'autore deve farsi pubblicità da solo, ma chi non è in grado di farsi pubblicità?
Come se nell’epoca di internet mancassero i mezzi!

Allora dov'è la grande differenza fra le case editrici note e quelle self?
In linea di massima, anche se poi bisognerebbe analizzare autore per autore, diciamo che le case editrici note tendono al prodotto commerciale e quindi al guadagno, mentre le case self puntano alla creazione di prodotti culturali.

Ora che sapete come stanno le cose, la prossima volta che storcerete il naso “perché il tal libro è un self publishing” pensateci sopra non due, ma almeno dieci volte.
E ricordate che il lavoro altrui, indipendentemente dai gusti, va quanto meno rispettato.
Perché, nel caso di un libro, lo scrittore si è impegnato a creare qualcosa che prima non c’era (poi il risultato, ovviamente, è tutto da vedersi).
E voi lettori, invece, cosa avete fatto?